LA LEGGENDA DELL’AEROPLAN SERVAJ

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Il Barolo AeroplanServaj di Domenico Clerico, prende il nome da un magnifico racconto di Vincenzo Zappalà.
“Aeroplano selvatico” era il nome che il padre di Domenico Clerico dava a suo figlio, la sua visione di un bambino, poi ragazzo e uomo che volava con la fantasia sulle colline di Monforte d’Alba, e ogni tanto atterrava tornando a far parte del mondo reale!
Il racconto di Vincenzo Zappalà è quasi una poesia ed esprime molto bene anche la filosofia di Zeno22: il nostro passato si riflette nel presente, la nostra esperienza enogastronomica è messa al servizio di tutti coloro che sono alla ricerca di prodotti di qualità legati al territorio del quale esprimono l’anima e le caratteristiche. Siamo sempre alla ricerca delle eccellenze…siamo sempre alla ricerca di sogni…

“C’è chi dice di sentire spesso un lontano rumore di un aeroplano senza però scorgere la sagoma di alcun oggetto in volo. Altri dicono che è solo il ronzio continuo e sommesso dei trattori che percorrono avanti e indietro le colline di Langa. Qualcuno giura che sia solo il brontolio di un maestro di vino scorbutico, mai pronto a facili compromessi. Nessuno forse saprà mai la verità. Io però credo fortemente che tra le vigne aleggi davvero uno spirito libero, capace di volteggiare sopra le piccolezze umane. Uno spirito che conosce la fatica ed ama la sua terra anche quando le mani si screpolano e la schiena si piega dolorante.
Esiste una leggenda che racconta di un bambino mai cresciuto, che ha sempre voluto volare senza regole, selvatico nell’anima e nel cuore. Forse nessuno lo ha mai visto veramente o, meglio, nessuno è mai stato in grado di riconoscerlo o ha mai voluto credere nella sua esistenza. Lui sa mimetizzarsi molto bene e nel mondo di oggi riesce facilmente a passare inosservato. Ma ogni leggenda ha un fondo di verità. E a me questa sembra proprio vera. Riesco a credere e a sognare che vi sia ancora un fanciullo il cui amore per la Natura ed i valori umani più profondi non sia stato scalfito dalle sofferenze subite in tanti anni di lavoro rude e sincero. Un bambino cresciuto fisicamente, ma rimasto ingenuo, capace di sopportare le tragedie con rassegnazione e le fortune con umiltà. I suoi piedi sono profondamente radicati al suolo, quasi fossero anch’essi radici contorte che lottano con le dure marne sottostanti. Le sua mani sfiorano con tenerezza e con vigoria i grappoli a cui vorrebbero trasmettere (forse riuscendoci) ancora più forza e tenacia. Sembra creatura plasmata con la terra e quasi parte integrante della roccia sotterranea. Sembrerebbe impossibile staccarlo dal suolo. E invece, quando è solo e nessuno può notarlo, si alza con estrema facilità e comincia a volare tra le colline. Allora è finalmente felice. Volteggia e descrive traiettorie impossibili. A volte sfiora le foglie dei vigneti per poi passare a gran velocità tra le merlature dei castelli. Sale sempre più in alto fino a vedere le cascine come piccoli punti perse nel verde, senza più identità. Si sofferma un attimo a guardare ed a gioire della purezza che a quell’altezza sembra pervadere tutto, uomini e cose.
Poi, con dispiacere, ripiomba in basso e poco per volta le meschinità e le bassezze tornano ad assumere i loro ben noti contorni. Quella è la realtà e bisogna conviverci. Ma più tardi … adesso è bello continuare a volare come un aeroplano senza rotta e senza pilota. Un aeroplano selvatico e libero. E poco importa se il suo rombo si sente da lontano. Nessuno riuscirà mai a scoprirlo (…)”

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